Il mio ricordo di papà Drago “Carlo”

Io funziono con le parole. Non significa che potrei sopravvivere senza acqua e cibo, ma che le parole, fin da piccola, hanno rappresentato l'essenza della mia forza, il sale della vita e un ponte dal quale lanciarmi in un oceano di immagini, storie, e ispirazioni.

Quando c'era ancora la guerra nei Balcani, persi una prozia che amavo molto, Jelica. Ero poco più che una bambina, a quei tempi, ma presi carta e penna e scrissi un racconto, tutto cucito intorno a lei. Mi sentii meglio, perché quello che le parole fecero per me in quel momento fu una cura. Fu una catarsi.

Ora siedo davanti al computer per scrivere di mio padre, che è morto ieri, o l'altro ieri -dettagli che attendiamo ancora dal medico- ma so che il dolore che provo ora non se ne andrà con la conclusione di questo monologo. Non funziona così. Ci sono momenti e momenti. Dolori e dolori. Eppure lo voglio fare lo stesso, perché le parole sono le mie pillole e il mio canto. Voglio farlo con tutta me stessa per ricordare chi era mio padre, e cosa è riuscito a fare per tante persone, oltre che per me.

Papà si chiamava Dragutin Cvijanovic', o Drago per gli amici e parenti jugoslavi. Per gli amici friulani, invece, era Carlo, o Carletto, per la sua piccola statura. Nacque a Vranjak, in Bosnia, il 15 settembre 1946 ed ebbe tutt'altro che una vita facile. Primogenito di una famiglia contadina composta da numerosi fratelli e sorelle, dovette rimboccarsi le maniche fin da piccolo, alterando i lavori nei campi, la pastorizia e lo scarico merci dei vagoni dei treni. Immaginatelo, un bambino che si carica sulle spalle sacchi di undici e più chili. Se vi sforzate ci riuscite. E' un'immagine straziante, ma la prima parte della vita di mio padre è questa, è fatta di grande fatica. Poi, crescendo, il servizio militare lo aiutò ad affacciarsi al mondo, ad aprire le sue vedute. Arrivò fino in Istria e poi in Slovenia, da dove intravide l'Italia, quello strano Stato democratico che, fin da piccolo, indicava sulla mappa al professore di geografia, assicurandogli che un giorno ci sarebbe andato. E così fu. Nel 1968 sbarcò a Scodovacca e si rimboccò le maniche. Per lui, abituato a lavorare come un mulo, il lavoro nei campi del suo titolare, Luigi Micolini, fu una bazzeccola, un gioco da ragazzi. E posso immaginare con quale stupore Gigi lo guardasse. Un lavoratore stakanovista come lui era ed è una perla rara, da sempre. Nel 1971 portò in Italia anche mia madre, Ljubica, e l'anno dopo nacque mio fratello, quindi io, nel 1979. Quelli vissuti a Località Ronchi di Terzo di Aquileia furono gli anni più belli della nostra vita. Per me furono, insieme alle vacanze nella nostra casa in Bosnia, la fucina per le storie di cui avrei scritto nei miei libri in futuro, perché i miei genitori avevano tanti amici e parenti e nei fine settimana le tavolate, il cibo, lo sljivovic e i canti e i balli facevano tremare la terra. Arrivavano venti, trenta, cinquanta persone, ma anche nei giorni infrasettimanali non mancavano le visite. Ho visto e conosciuto moltissime persone, ho ascoltato i discorsi più svariati in diverse lingue, ho visto scene kusturiziane. Tutto grazie a papà e mamma e alla loro ospitalità a 360 gradi.

Poi venne la guerra nei Balcani. La dissoluzione della Jugoslavia fu uno dei primi, terribili colpi che subì mio padre. Lui, comunista titino, vedeva crollare la sua Patria. Fu un dolore lancinante. I suoi ideali andarono in frantumi e si sentì un apolide. Solo il Friuli, il suo lavoro e la sua famiglia lo salvarono da una morte prematura già allora. Fu allora che molte cose cambiarono, all'interno della nostra quotidianità, fu quella la miccia che lo cambiò, anche se in parte. Poi arrivarono altre delusioni, altri colpi, e lui dovette incassarli tutti, spesso senza poter fare niente per opporsi.

Quello che voglio dire, è che non voglio dipingere la figura di un uomo perfetto, senza il minimo difetto, un padre di famiglia puro, dedito solo al bene. Mio padre era un uomo e come tale aveva pregi e difetti, e il suo carattere testardo gli portava sia guai che buone nuove. Io ho vissuto molte vite al suo fianco: c'è stato il tempo della tenerezza, poi quello della ribellione; il tempo della rabbia e della frustrazione; infine è giunto il tempo dell'accettazione e dell'amore incondizionato. Perché è questo quello che voglio esprimere in questo ricordo, prima di ogni altra cosa: mio padre era un uomo profondamente buono e onesto. La sua essenza era autentica, come una zolla di terra incontaminata e proprio per queste ragioni io, da figlia, l'ho accettato così com'era, nei suoi bei e cattivi tempi, nei suoi sorrisi come nelle sue decisioni testarde. Ho accettato “tutto il pacchetto” perché papà era una persona di grandissimo valore, un uomo che ha fatto crescere me e mio fratello Miodrag Miki senza farci mancare niente, anche nei momenti più cupi, perché si è sempre dedicato al bene della sua famiglia non solo qui in Italia, ma anche nella sua amata ex-Jugoslavia.

Avrei tanto voluto che mio figlio Damon potesse crescere al suo fianco, perché il nonno gli avrebbe trasmesso -come nessun altro sarà capace di fare- un amore profondo per la Terra, il rispetto per le sue regole. Gli avrebbe fatto conoscere le sue anatre e galline, i gatti cui dava da mangiare e che, seppur selvatici, giocavano con lui fino a saltargli sulla testa. Il nonno lo avrebbe preso per mano e lo avrebbe fatto camminare sulla strada vecchia dietro Località Ronchi, come faceva con me, quando ero piccola e andavamo a prendere la pizza da Mario, lì dove ora c'è il bar Desiderio e nel frattempo gli avrebbe insegnato i nomi degli alberi e delle piante sugli argini della strada. Questo era mio padre. Questo è quello che mi mancherà di lui, oltre agli interminabili dibattiti politici e al suo sorriso immenso.

Mi consola solo sapere che le mie quattro nipoti Giuliana, Nataša Gaia, Valentina e Nicole hanno potuto conoscerlo e viverlo. E anche sapere che è morto lì dove avrebbe voluto, con un sorriso benevolo sul viso, è un sollievo.

Si può essere razionalmente preparati a una morte prematura, per tanti piccoli e grandi indizi che si colgono dietro al passaggio di un caro. Io credevo di esserlo. Invece mi ritrovo sommersa dalle lacrime perché sono e rimango una figlia a cui è mancato il padre. Mi manca e mi mancherà sempre, e nemmeno la consapevolezza di avergli dato tutto l'amore e il rispetto che potevo, mi solleva da questo dolore. Perché in fondo al cuore volevo che stesse con me e con noi ancora, volevo continuare a vedere la Natura attraverso i suoi occhi e soprattutto vorrei poterlo abbracciare ancora.

Verrà il tempo dell'accettazione. Lo so. Ma questo è il momento del dolore, un dolore straziante perché lo amo con tutta me stessa e la sua assenza è come un urlo bloccato in fondo alla gola e che non vuole uscire. Non riesco a guardare un prato fiorito senza pensare a lui e al suo passo stanco ma sicuro, a visualizzarlo, con le sue braccia dietro alla schiena e la mani allacciate.

Se ne va un pezzo di Terra, se ne va uno dei pochi uomini che amo con tutta me stessa.

Riposa in pace, papà.

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