Recensione: “Tefteri – il libro dei conti in sospeso” di Vinicio Capossela


Il Saggiatore, 2013, 154 pp.

Un libro di viaggio, un tuffo nel cuore e nei pensieri più profondi del nostro cantautore e polistrumentista italiano, ma anche un affresco della crisi greca colta nel pieno del suo sviluppo (anno 2012).
Tutto questo è “Tefteri”, e non solo. Io che non amo particolarmente la musica italiana, adoro Capossela. Perché quella che lui fa non è solo musica. È ricerca. Un talento, un fiuto straordinari per la caccia alle note più struggenti, più vibranti, quelle che ti prendono le viscere, ti fanno urlare a squarciagola, alzarti e cantare, ballare, oppure ti portano davanti ai dolori più sopiti del tuo subconscio e ti aiutano ad affrontarli.

Fra queste pagine si parla tanto di dolore, perché Vinicio ci racconta la musica tradizionale asiatico-greca chiamata Rebetiko, quella che i greci scappati da Smirne e dintorni nel 1922 per sfuggire alle crudeltà dei turchi importarono nella terra dei loro antenati, la Grecia appunto. Una terra che però non accolse favorevolmente né loro, né le loro tradizioni, sprezzante di tutto ciò che era turco.
Attraverso innumerevoli eventi in taverna, scampagnate tra i resti delle antichità greche e meditazioni nella musica, Vinicio ci offre a piene mani metafore di vita, di buon senso, e una terapia psicologica pressoché gratuita.

Tra le sue citazioni più lampanti?

“Questa musica serve a spurgare il nero, a festeggiare il dolore. Bisogna smettere di evitare il dolore, di tenerlo a parte dalla vita, camminarci in mezzo, invece. Attraversarlo. Non averne paura. Essere insieme nella stessa barca condotta da Caronte”.

“Sono le cose grandi a farci sentire piccoli e il sentirci piccoli ci rende più umili, e l'umiltà affraterna e rende solidali”.

“La morte è importante, è per questo che nella società del consumo la morte è l'ultimo tabù, e viene messa ai margini, impedita alla vista negli ospedali, nelle case, perché se l'uomo capisse di dover morire non accetterebbe il giogo che la vita gli impone. Se capisse veramente che si vive soltanto una volta e mai più... prima le religioni, poi il lavoro, l'attività, il consumo, tutto questo ci allontana da questa semplice cosa, che abbiamo una sola vita e che l'eternità è l'istante in cui viviamo. Se la gente si rendesse conto di questo, probabilmente non sarebbe disposta a passare la vita come la passa”.

“Senza il basso non c'è niente. La vita deve essere difficile per poter salire in cielo. E la soddisfazione ti impedisce di migliorare”.

E' un piccolo libriccino, però mi è diventato così caro... sono filo-ellenica dall'età di 16 anni e credo che non smetterò mai di esserlo. Capossela abbraccia il pensiero di molti greci, riguardo alla crisi economica del Paese: ritiene infatti che quello che i greci hanno subito sia una sorta di prova in versione micro di quello che potrebbe succede a qualsiasi altro Stato dell'unione europea qualora la crisi arrivasse a toccare quei picchi. Si è presa la culla dell'Europa stessa (vedi alla voce mito), un pugno di undici milioni di abitanti e si è avviato con loro a uno spietato gioco di ruolo.

E' notizia di pochi giorni fa che i disastrosi tagli alla sanità greca, voluti dal parlamento, hanno causato un aumento del 43% di mortalità infantile. Qui in Italia ogni anno continuano a tagliare fondi alla sanità e stamattina è uscita l'Ansia dei nuovi tagli alle forze dell'ordine. E di certo non finisce qui.

Posso spendere fiumi di parole sul fatto che in ogni evento critico si può trovare qualcosa di buono, qualcosa di costruttivo che la crisi stessa ci insegna. Tuttavia non possiamo chiudere gli occhi dinanzi ai tragici eventi che hanno colpito la Grecia e dai quali nessuno di noi è immune.


Leggere Capossela ci insegna tanto. Tanto.   

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